Intro

Non più saliere-capolavori, come quella d’oro e di smalti raffigurante Poseidone e la Terra, che Francesco I re di Francia commissionò nel 1540 a Benvenuto Cellini e che oggi si può ammirare a Vienna. Ma neanche quelle più semplici e moderne, le classiche boccette di vetro con tappo inox. Questo sito e questa collezione entrano in un mondo dove salini e pepini si presentano in forma di frullatori, di giocatori di baseball, di dinosauri, piuttosto che di clowns, di teschi, di barche e del variopinto universo umano e animale, realizzato nei più vari materiali, dalla bachelite alla ceramica, dalla porcellana allo stagno, dal legno, al vetro e altri ancora. È in America, nel primo ’900, che incominciano a comparire sulle tavole, come salini e pepini, strumenti di casa e di cucina che ricordano i felici Anni ’50 (The Good Life) dalle padelle alla lavatrice e asciugatrice Westinghouse, ai cuochi, al tostapane, al ferro da stiro, alla macchina da cucire, al telefono a parete. Si tratta in molti casi di oggetti nati come advertising, da dare al posto di un address o dei fiammiferi in un ristorante o come memento di una località balneare o di un evento (come il Trylon and Perisphere, simbolo della World Fair di New York del 1939). Diventano anche doni attrattivi, dentro a scatole di noccioline o di fiocchi d’avena (come i celebri Mister Peanuts dell’omonima casa o la bella coppia Aunt Jemima e Uncle Moses, dolci e sorridenti réclame dell’americana Quaker), se non di detersivi o di cibo per cani. Negli USA tra il ’40 e il ’70 la produzione è al top, ma molti sono anche i pezzi marchiati Occupied Japan (o solo Occupied o soltanto Japan), prodotti in Giappone fra il 1947 e il 1951, quando, alla fine della guerra, il Paese venne occupato dalle Forze Alleate (USA, con l’appoggio britannico) sotto il comando del generale Mac Arthur. La maggior parte dei salini e pepini è costituita da due pezzi, ma ci sono anche i nested (o nesters), dove un pezzo sta “annidato” sull’altro e così Elvis (salino) è seduto sulla sua limo azzurra (pepino). Non mancano gli hanging (o hangers, “gli appesi”), come la scimmietta (sale) che si dondola attaccata al ramo di un albero (pepe). Ci sono infine i noddings (tremblants, oscillanti), come i teschi che, posati su una base, si muovono separatamente e un po’ spettralmente avanti e indietro. Anche se negli anni più recenti spesso si impongono macinapepe o macinasale a mano o a batteria, il fascino di questi salini e pepini “animati” non diminuisce mai, tant’è che vengono prodotti via via anche in molti altri Paesi europei e non; ultima arrivata, ma ormai prima come produttrice, la Cina. La collezione, iniziata circa 30 anni fa, con un occasionale incontro a Edimburgo con una coppia di cagnetti (l’uno sale e l’altro pepe) alla guida di una limousine anni ’50 di un azzurro impossibile, oggi supera largamente i 2.000 pezzi e comprende, oltre ai “classici”, anche le produzioni più recenti, con pezzi di design, come i bei sassi bianchi dell’italiana Alessi, o le creazioni di giovani artisti. Circa 600, solo i più significativi, sono esposti in mostra alla Triennale, sempre diversi e curiosi, a compiere perfettamente la loro funzione e la loro “missione” di invito al sorriso e allo stupore.


No longer salt cellar masterpieces, such as the saliera in gold and enamel portraying Poseidon (the Sea) with the Earth, which François I, King of France, commissioned in 1540 from Benvenuto Cellini and which can be admired today in Vienna. Neither simpler, more modern small classic glass containers with stainless steel tops. This website and this collection transport us into a world where salt and pepper shakers take the shape of blenders, baseball players and dinosaurs, as well as clowns, skulls and boats and the variegated human and animal universe, made of an incredible variety of materials, including Bakelite, ceramic, porcelain, tin, wood, glass and others still. They began to appear on tables in America in the early 20th century, as salt and pepper shakers, equipment in the home and kitchen, mementoes of the’50s Good Life: frying pans; Westinghouse washing machines and spindryers; chefs; toasters; irons; sewing machines and wall telephones. Many of these objects were conceived as advertising, items to distribute instead of a visiting card or matchbox in a restaurant or as a souvenir in a seaside resort or to commemorate an event (such as Trylon and Perisphere, symbol of the New York World Fair in 1939). They became attractive gifts, inside packets of peanuts or porridge oats (such as the famous Mister Peanuts from the firm of the same name or the enchanting couple of Aunt Jemima and Uncle Moses, sweetly smiling publicity for the American Quaker), as well as detergents or dog food. Production was in full swing in the USA between 1940 and ’70, but many pieces are also branded Occupied Japan (or just Occupied or only Japan), produced in Japan between 1947 and 1951 when the country was occupied by the Allied Forces (America with the support of Britain) under the command of General MacArthur at the end of the war. Most of the shakers consist of two pieces, but there are also nested (o nesters), where one piece “nestles” into another, thus Elvis (salt) is sitting in his blue limo (pepper), or “hanging” pieces (or hangers), such as the little monkey (salt) which dangles from the branch of a tree (pepper). Finally there are “noddings” (tremblants, which sway), like the famous skulls which move back and forth separately, rather ghostlike, resting on a base. Although in recent years hand-operated or battery-run salt and pepper mills have begun to take over, the fascination of these “animated” salt and pepper pots never diminishes, so much so that they are now being produced in many other European countries and elsewhere; the last to arrive on the scene is China, already the most prolific in production. The collection began about 30 years ago with the chance find in Edinburgh of a pair of dogs (one salt the other pepper) driving an improbable pale blue ’50s limousine. It now numbers well over 2,000 pieces including more recent productions, apart from the “classics”, with true design pieces, such as the beautiful white stones by the Italian Alessi, or creations by young artists. Only the most significant, about 600, are exhibited in the show at Triennale, all different and bizzarre, fulfilling their function and their “mission” to amuse and amaze.